La difesa della lingua italiana in europa e nel mondo parte da Bruxelles

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BRUXELLES – Anche i più convinti europeisti, come chi scrive, sono convinti che la forza dell’Europa unita sia anche il valore ed il conseguente rispetto delle diversità culturali dei popoli, che sono una ricchezza dei ventotto, presto venti sette, stati membri dell’UE.
Ma cosa più della lingua rappresenta la cultura e l’identità di un popolo e di una nazione? Sebbene le differenze linguistiche nell’ambito dell’UE impongano, per ragioni pratiche, l’uso di lingue franche, non va però dimenticato che le lingue ufficiali (a differenza da quelle di lavoro, utilizzate all’interno delle Istituzioni europee, e che sono sinora, in ordine d’importanza, l’inglese, il francese e il tedesco) sono quelle ufficiali di tutti gli Stati Membri dell’UE.
Poiché gli irlandesi hanno scelto come lingua ufficiale il gaelico, e non l’inglese, che finora l’ha fatta da padrona – soprattutto dal momento dell’entrata nella UE dei paesi dell’Est, a discapito soprattutto del francese, che era la lingua di lavoro storica delle istituzioni europei – ancora non è chiaro cosa succederà dopo il marzo 2019, e l’uscita del Regno Unito dall’Unione.
Si continuerà ad usare l’inglese come principale lingua di lavoro? Probabilmente sì, per ragioni pratiche, ma si creerà il fatto curioso che nei palazzi dell’Unione si comunicherà con una lingua che non sarà più una delle lingue ufficiali UE.
Quello linguistico, che comunque, grazie alla grande professionalità degli interpreti e dei traduttori delle istituzioni europee (sempre più aiutati e affiancati, in futuro, da strumenti tecnologici gestiti anche con uso dell’intelligenza artificiale) resta un problema di identità culturale e nazionale. Forse negli anni un po’ sottovalutata, soprattutto da un Paese come l’Italia, che sinora ha dato scarsissima prova, a differenza di altri, di voler difendere e promuovere la propria lingua. Una delle più amate nel mondo.
Ma a Bruxelles sembra che qualcosa stia cominciando a muoversi in questo senso, grazie anche all’attivismo dell’Ambasciatrice italiana presso il Regno del Belgio, Elena Basile, del COMITES (Comitato degli Italiani Residenti all’estero) di Bruxelles, col suo Presidente Raffaele Napolitano, e di altri autorevoli italiani, in primis il Presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, che da tempo si battono, su fronti diversi, per la tutela e la divulgazione della lingua italiana e del suo insegnamento nella capitale europea.
Uno di questi esempi è quello della scuola italiana bilingue di Bruxelles che, operativa da settembre 2017, è stata presentata il 28 novembre allo “spazio Montepaschi Belgio” di Bruxelles.
La scuola è il frutto di oltre un decennio di battaglie di Jacopo Avogadro – che ne è stato, assieme a Félix de Merode, il cofondatore – e altri, che volevano offrire la possibilità, non solo agli italiani residenti in Belgio, ma anche agli stranieri – e sono tanti – che vogliono fare compiere ai propri figli i loro studi nella lingua di Dante, di mettere a loro disposizione una vera e propria scuola italiana. Così come fanno i francesi, i tedeschi, gli inglesi, gli spagnoli e persino i polacchi. Le Scuole Europee, infatti, aperte solo ai funzionari delle Istituzioni UE e ad alcune categorie di diplomatici, pur avendo delle sezioni italiani, e pur di ottima qualità, non sono però delle vere e proprie scuole italiane.
La nuova scuola, che è invece aperta a tutti, nasce tuttavia come scuola privata, anche se riceve già un contributo da parte del Ministero degli Affari Esteri Cooperazione Internazionale (MAECI).
Accoglie i bambini dalla prima alla quinta elementare ed ha come obiettivo l’ottenimento della parità scolastica.
L’offerta formativa, a differenza dei programmi della scuola europea, si basa sul curriculum italiano, secondo le indicazioni del Ministero Istruzione Università e ricerca (MIUR) integrato con l’insegnamento del francese (in modalità bilingue) ed adattato al contesto belga nel quale la Scuola Italiana opera.
Secondo i fondatori, che sono affiancati da Adelaide Lula Perilli (Dirigente Scolastico presso l’Ambasciata Italiana a Bruxelles), la loro missione è “arrivare ad offrire una scuola di qualità aperta a tutti, indipendentemente dalle categorie professionali e sociali degli italiani residenti, temporaneamente o a più lungo termine, in Belgio”.
Pur nell’italianità del sistema, la scuola, oltre al francese, offre l’insegnamento dell’inglese, previsto già a partire dalla prima elementare, e tutti i docenti (sia per il curriculum italiano che per quello francese e inglese) sono abilitati all’insegnamento. 
Il percorso di studio è già riconosciuto, con le modalità proprie delle scuole private, sia in Belgio che in Italia.
Un secondo esempio di questo nuovo dinamismo nella diffusione e difesa dell’italiano come lingua europea, è stata la presentazione, che ha avuto luogo sempre il 28 novembre – presso la libreria-ristorante italiana “Se m’ami…” di Bruxelles – di un testo che ha già riscosso un grande successo tra gli italiani e gli stranieri amanti della lingua italiana: il “Lessico pratico di italiano giuridico per stranieri”, opera di Maria Cristina Coccoluto, raffinata giurista e giornalista ma anche, e soprattutto, insegnante d’italiano “lingua straniera” presso il Collegio d’Europa di Bruges. 
Questo manuale innovativo e di agevole consultazione è stato anche presentato, il 22 novembre, presso il Parlamento Europeo, dall’eurodeputata friulana Isabella De Monte, la quale, come avvocato, ha ricordato come la nostra vita sia “permeata dal diritto, tanto più nelle istituzioni dove si fa per definizione la legislazione”, e quindi l’insegnamento dell’italiano anche tecnico-giuridico, e non solo letterario, è di grande importanza per meglio far conoscere e capire il nostro Paese all’estero. 
“Dovete sapere – ha ricordato la De Monte – che un pacchetto molto controverso della commissione parlamentare di cui faccio parte, la Commissione Trasporti, è il pacchetto stradale. C’è stata una discussione sul tema della casa, sul tema della residenza, domicilio. Ecco, queste definizioni, che nel diritto italiano sono molto chiare, molto ben definite da dimora, residenza, domicilio, nell’ambito europeo e quindi nel regolamento che trattavamo non era così chiara, quindi dalla discussione alla presentazione degli emendamenti e compromessi siamo arrivati proprio a chiarire questo aspetto e potrei fare veramente tanti esempi. Però già guardando questo libro ho potuto notare come ci siano davvero contestualizzazioni: il parlare di attualità come ad esempio APE volontaria, sociale degli organi giudiziari; i cambiamenti che ci sono stati a questo proposito in Italia; perché, se pensiamo al lavoro difficilissimo degli interpreti e traduttori, mi sembra chiaro che non ci si può attenere a una traduzione semplicemente letterale ma appunto va contestualizzata per quanto riguarda il gergo che appunto va nell’ambiente politico”. 
L’“Italiano lingua di lavoro”, oggetto del testo e del dibattito che ha acceso la sua presentazione, non trascura gli aspetti più ostici di una lingua così complessa anche nelle sue declinazioni tecniche proprie dell’ambito giuridico e quindi può essere senz’altro di interesse poter seguire corsi o incontri di questo tipo, proprio per approfondire queste tematiche. 
Maria Cristina Coccoluto, che da oltre un decennio vive tra Bruxelles e le altre sedi delle Istituzioni Europee e Bruges, ha ricordato come “il diritto oggi non sia solo in tribunale: aprendo un giornale o navigando su internet è facile sentire dire che i PM a Genova hanno chiesto l’incidente probatorio dopo il crollo del ponte Morandi o che il GUP ha fatto questo, il GIP ha fatto quest’altro. Sono titoli della stampa e poi appunto la correttezza delle parole, della terminologia dei nostri giorni”. 
A tale proposito ha segnalato alcuni aneddoti di cattive traduzioni, quali quella di whistleblower. 
“Qualche mese fa, quando uscì la prima proposta di direttiva della Commissione Europa sul whistleblowing – ha detto Coccoluto, scusandosi per la parola in inglese, ma è questa che bisogna usare, ha precisato – ricevo dalla Commissione Europea un comunicato stampa in inglese e chiedo di rimandarmelo in italiano, perché questo è un settore di grande importanza in Italia. E ricevo un comunicato stampa il cui titolo era: “la nuova direttiva dell’UE sugli informatori”; ho detto alt, fermi tutti, è un errore! Perché una cosa è il whistleblower e una cosa sono gli informatori. Voi mi direte – ha aggiunto – “in italiano, si sono confrontati diversi linguisti, non esiste attualmente un corrispondente”. Attenzione, un piccolo corrispondente esiste nella legge italiana, perché esiste già una legge italiana del dicembre del 2017 che parla di “segnalante di fatti illeciti”, allora oggi dovremmo tradurre whistleblower come “segnalante” oppure conviene chiamarlo whistleblower; fino a quando non si trova una definizione, ma non chiamiamolo “informatore””. 
Cos’è infatti una direttiva sugli informatori? Il comunicato di un gruppo politico del parlamento europeo, tradotto in italiano, titolava: “Il Parlamento spinge per definire le caratteristiche della direttiva sugli informatori”. “Mi chiedo – insiste Coccoluto – ma cosa è la direttiva sugli informatori? L’informatore è uno che fornisce informazioni non è un segnalante di fatti illeciti; le informazioni non sono fatti illeciti. Dunque non è corretto informatore. Io in italiano lo chiamo segnalante e anche nel lessico ho messo whistleblower e segnalante di fatti illeciti; perché penso che il nostro legislatore abbia trovato una soluzione. Si può anche chiamare segnalante e poi si capisce, si deduce che può significare quello e man mano entrerà nell’uso, ma non chiamiamola in italiano la direttiva sugli informatori, perché anche io come professore, fornisco informazioni, invece whistleblower è un segnalante, colui che segnala fatti illeciti”. 
Questo per sottolineare l’importanza, a livello istituzionale, nel confronto tra le traduzioni nell’UE, nel rispetto e nell’armonizzazione di tutte le lingue. Non c’è dubbio che la precisione del linguaggio è fondamentale. Ognuno deve già conoscere i concetti giuridici che poi governeranno la vita dei cittadini europei nella propria lingua, e poi confrontarsi con quelle degli altri Paesi Membri e dunque con le altre lingue ufficiali. “Per tutto questo mio cammino, seguendo le esigenze che si sono presentate nell’Unione, esigenze sempre più di carattere tecnico – ha concluso Maria Cristina Coccoluto – ecco che è nato il “lessico pratico di italiano giuridico per stranieri””. 
Un testo innovativo nella promozione dell’italiano giuridico nelle Istituzioni Europee che, assieme alla nuova scuola italiana di Bruxelles, vogliamo prendere come segni positivi dello sviluppo del “sistema Paese” in Europa e nel mondo. 

 Alessandro Butticé