“Ché le civiltà sono come le persone”

Cultura

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di Francesco D’Arelli

MONTREAL – Da cinque lustri gli Italiani di Montréal dedicano all’intera città un ricco e variegato carosello di eventi, quest’anno giunto alla venticinquesima edizione e noto da sempre e ovunque come “Settimana Italiana di Montréal” (Semaine Italienne de Montréal, 3-12 agosto), un programma ideato e organizzato dal Congresso Nazionale degli Italocanadesi, in collaborazione anche con l’Istituto Italiano di Cultura. Per giorni, numerosi eventi ravvivano le vie della Piccola Italia, con colori, suoni e tradizioni culinarie, tanto da farne nel tempo un’occasione estiva per celebrare la sontuosa bellezza dell’Italia e del vivere all’italiana, così amato dalle migliaia di visitatori richiamati da ogni parte del Québec.

Gli Italiani vantano di certo un’antica presenza nel Québec e in Canada, molto anteriore ai flussi migratori contemporanei tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Se il conclamato approdo di europei in Canada risale al 1608, quando un manipolo di francesi condotto da Samuel de Champlain si stabilì lungo la costa orientale nei paraggi di un villaggio indiano, poi luogo di fondazione della città di Québec, gli Italiani dell’era delle esplorazioni transoceaniche vi giunsero però assai prima: nel 1497, con il veneziano Giovanni Caboto; e verosimilmente negli anni Venti del Cinquecento con il toscano Giovanni da Verrazzano.

Di Giovanni Caboto (anche Cabot, Cabotte, Cabotto…) si ignora persino la data di nascita, sebbene la sua origine fosse da subito contesa animosamente da Genova, Savona, Chioggia, Gaeta… Tuttavia, è certo che il 28 marzo 1476 ottenne il privilegio della cittadinanza veneziana, per aver vissuto una quindicina d’anni proprio a Venezia. Trasferitosi in Inghilterra, il 5 marzo 1496 guadagnò per sé e per i suoi tre figli alcune lettere patenti, concessegli dal re Enrico VII per armare navi con bandiera britannica e navigare così alla scoperta di terre e ricchezze. Nel 1497, salpato con pochi uomini da Bristol, toccò le coste dell’America, in particolare Terranova (Newfoundland), credendo come molti altri navigatori dell’epoca di aver raggiunto invece l’Asia orientale, terra questa già magnificata per abbondanza di oro e meraviglie di ogni sorta da Marco Polo nel suo “Milione”.

Con i velieri sopraggiunsero in Canada o nella Nuova Francia – come fu denominata dall’esploratore toscano Giovanni da Verrazzano – anche i primi religiosi della Compagnia di Gesù, un ordine vocato all’evangelizzazione e sospinto nel mondo dalla forza dell’esortazione di Ignazio di Loyola: “Ite, inflammate omnia”. Tra i gesuiti del XVIII secolo, capitò anche un italiano, tale Francesco Giuseppe Bressani (1612-1672), nato a Roma ed entrato nella Compagnia nell’agosto del 1626. Come tanti giovani novizi, Bressani rivelò da subito la sua vocazione per le missioni e sovrattutto per quelle della Nuova Francia, tanto che il Generale Muzio Vitelleschi lo agevolò a trasferirsi nel Collegio di Clermont a Parigi, esclusivamente per prepararsi all’azione missionaria in Canada. E così fu: nel 1642, alla fine giunse nella Nuova Francia, stabilendosi per un paio di anni a Québec e a Trois Rivières, dove poté applicarsi allo studio delle parlate indigene e dei loro costumi, secondo una pratica esperita dai gesuiti in ogni angolo della terra. Dal 1644 fu dedito alla missione degli Uroni, coadiuvato da alcuni Indiani convertiti e battezzati. Presto però fu catturato e variamente torturato dagli Irochesi, una famiglia di tribù avversa ai francesi e agli Uroni. Dopo non poche peripezie, fra continue guerre ed epidemie, Bressani fece ritorno in Europa nel 1651, divenendo subito la vivida voce e testimonianza delle missioni della Compagnia di Gesù nella Nuova Francia, un’esperienza tramandata ai posteri con un libriccino di successo intitolato “Breve relatione d’alcune missioni de’ PP. della Compagnia di Giesù nella Nuova Francia”, pubblicato a Macerata nel 1653 e diffuso in traduzione francese e inglese purtroppo solo nella seconda metà dell’Ottocento. 

La “Breve relatione” è fuor di dubbio un’operetta di valore impareggiabile, se raffrontata alla publicistica dell’epoca, di frequente solo l’eco remota di storie fantasiose o maldestre. Non solo le difficoltà di quelle missioni – la lingua, i viaggi perigliosi, le faticose conversioni dei nativi… –, ma pure l’agio di leggervi la descrizione delle terre, il “vestire de’ Barbari della nuova Francia”, la “Politica de Barbari Canadesi”, gli usi e costumi religiosi…: insomma, Bressani con la “Breve relatione” restituisce al lettore più arguto e attento un mondo vissuto e osservato “de visu”, cioè direttamente. 

E così tra le difficoltà avvertite nelle missioni della Nuova Francia Bressani annovera, come già scrivevano i suoi confratelli dall’India, dal Giappone e dalla Cina, pure l’apprendimento della lingua, ché è “cosa strana trovarsi in un paese, dove bisogna imparare senza maestro, senza libri, e senza precetti, in età già matura, una lingua, che non ha alcuna similitudine con le nostre, non v’è quasi altra natione, che non scriva, vi sono quasi per tutto scienze, libri, o almeno molti interpreti figli di padre Europeo, e madre del paese, che facilitano non poco lo studio delle lingue straniere. Ma i nostri Barbari non havevano né gli uni, né gli altri, ma sì bene una grand’incapacità ad imparare le nostre lingue, le quali, se havessero potuto imparare, ci havrebbero servito non poco, perché facendo loro la metà, noi l’altra della strada, ci saremmo più facilmente incontrati”.

Sia Caboto che Bressani sovrattutto viaggiarono e all’epoca era un’esperienza irta di difficoltà, a volte al di là dell’immaginabile, e assai diversa da quella dei tempi nostri, per la quale vale la pena ancora una volta di rammemorare alcune parole di Giuseppe Tucci, l’insigne orientalista e tibetologo italiano, che nel 1949 così scriveva in “Italia e Oriente”: “Tanta gente viaggia da un capo all’altro del mondo, per interesse, per piacere o per spirito d’avventura e non lascia traccia di questo suo peregrinare: sono come ciechi alle cose che veggono intorno e non riescono a vincere l’ostacolo che la differenza dei costumi, della lingua e delle istituzioni pone a difesa dei popoli, nascondendoli alla curiosità degli spiriti leggeri. 

Ché le civiltà sono come le persone: tanto maggiore è la loro interna ricchezza e più sono ritrose e schivano di aprirsi a chi non le ami. Altri poi girano il mondo per far fortuna e sono quelli che dividono i popoli e spargono rancori e fomentano incomprensioni: l’oro non apre la via dell’amore. Di questi (…) non è il caso di far parola: vinti dalla più fallace delle umane illusioni, come è la ricchezza, la loro vita è solco tracciato sull’acqua”.

Francesco D’Arelli*
* direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Montreal