Quella Fiera del Levante che non c’e’ piu’ e quella che puo’ essere

Primo piano

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Circa un secolo di storia tra tra luci ed ombre

di Nando Perri

Alla fine degli Anni Venti del secolo scorso fu l’imprenditoria barese ad ideare, concepire e realizzare la Fiera del Levante che, nel 1930, per la prima volta, nel mese di settembre, si affacciò al mondo dell’economia.

La vetrina della Campionaria aveva ben poche cose da mostrare: sapone, olio d’oliva e qualche prodotto della terra. Poi per qualche anno, a causa del secondo conflitto mondiale, fu costretta a chiudere i battenti ed ospitare truppe militari e custodire materiale bellico. I soldati, però, bruciarono porte e finestre per riscaldarsi, fecero crollare i muri con i loro mezzi pesanti e distrussero anche i cavi telefonici e quelli elettrici.  Nel dopoguerra la Fiera altro non era che un guscio vuoto.

Nel 1947 l’Italia e il mondo erano in piena «guerra fredda», Leonardo Azzarita, da Commissario diventa presidente della Fiera del Levante e fa quasi l’elemosiniere pur di ottenere fondi per la ricostruzione, ma soprattutto per riaprire i cancelli e farla ridiventare vetrina delle produzioni più attuali, cuore pulsante barese e meridionale, senza, però, trascurare quella funzione nazionale ed internazionale, con uno sguardo verso il mediterraneo.

Nella rinata ricostruzione tra i padiglioni avviene il primo «dibattito» sul Sud e la Fiera diventa, dunque, laboratorio per elaborare idee e proposte. Giuseppe Di Vittorio si prodiga e ottiene un risultato importantissimo per il Sud dopo la rivolta contadina di Andria di qualche anno prima: la riforma fondiaria.

La carta vincente sembra essere la sinergia tra Fiera e l’intellighènzia meridionale. Uomini di cultura del Sud i quali ragionavano, pensavano, ideavano e proponevano una politica meridionalistica. Grazie anche a loro, negli anni cinquanta viene istituita la Tassa per opere straordinarie di pubblico interesse nel Mezzogiorno d’Italia. Uno dei più autorevoli esponenti, per ottenere gli interventi straordinari per il Mezzogiorno, fu il presidente Tridente. La «Cassa per il Mezzogiorno» contribuì a far camminare sulla via dello sviluppo la locomotiva del Sud, ma ebbe la capacità di colmare il divario enorme tra il meridione e il settentrione d’Italia.

Compare da allora, come appuntamento fisso nel calendario fieristico, la «Giornata per il Mezzogiorno» dove si poteva assistere ad un dibattito istituzionale sui risultati ottenuti, le prospettive a medio termine e le strategie future del Governo. Tutto ciò si è potuto realizzare perché in Fiera v’erano menti pensanti come Vittore Fiore, Mario Dilio, Michele Cifarelli, Francesco Compagna, Manlio Rossi-Doria, Nicola Damiani, Giuseppe Di Nardi, Pasquale Saraceno e Pasquale Satalino. Un instancabile lavoratore (oggi, lo paragonerei a Gianni Letta) nella «cabina di regia», Giuseppe Giacovelli che della Fiera fu, per un quarto di secolo, il segretario generale. Quell’ufficio stampa e studi non c’è più. C’è, invece, quello delle Relazioni Istituzionali che vede a capo l’infaticabile Antonella Daloiso. E’ alla vigilia degli anni ’60 che la Fiera raggiunse le massime punte di notorietà. A veicolare le idee provenienti dalle menti pensanti della Fiera, fu creata anche una rivista, «Società degli Scambi». Due erano i direttori: Nicola Tridente, per la Fiera; Baldassarre Guzzardo, per la Camera di Commercio. Nel primo numero figuravano articoli di Giovanni Gronchi, Ugo La Malfa, Ferdinando Ventriglia e Vittore Fiore. Anche l’Unione europea fu pensata e ideata in Fiera. Infatti dalla Campionaria l’on. Ugo La Malfa lanciò il primo messaggio di apertura verso la Comunità europea.

Nel 1963 viene nominato presidente Vittorio Triggiani e qualche anno dopo diede il via alle Mostre specializzate. Dopo don Vittorio – così veniva chiamato affettuosamente Triggiani -, a presiedere la Fiera, fu Stefano Romanazzi il quale fece crescere presenze ed interesse con due rassegne: Oro Levante e la mostra di primavera Expolevante.

Con la fine della prima Repubblica, anche la Fiera finiva di campare di rendita. “Berta” non “filava” più. Il mondo dell’imprenditoria e della finanza, che prima si precipitava a Bari i primi di settembre per ascoltare i Moro, Andreotti, Fanfani e, in tempi sempre più recenti Amato, Craxi e Berlusconi cominciava sempre di più a diradarsi. Non scendevano più a Bari i boiardi di stato e nemmeno i presidenti di quasi tutti gli enti pubblici e privati. In prima fila non si vedeva più il presidente della Fiat, ma neanche i presidenti degli enti di stato: IRI, Enel e Efim che, con orgoglio, invitavano il presidente del Consiglio di turno a visitare il “loro” stand.

Da tempo non si vede più il presidente dell’Efim, perché l’Efim non c’è più. Così come sono finite le presenze di altri enti pubblici nazionali.

Non ci sono più nemmeno quelle menti pensanti di un tempo. Oggi la Fiera, naviga a vista, guarda ai Balcani, e poi assiste inerme al rischio del trasferimento del Corridoio 8 sull’asse balcanica per il trasporto delle merci. Tutti concordano che il Sud non può decollare per carenza di infrastrutture e nessun grido si eleva dalla Fiera per l’«Alta Velocità». Occorre che la Fiera da oggi vada ripensata e ridisegnata, altrimenti sarà sempre più un “flop” e una macchina mangia euro pubblici.

Nell’era della cosiddetta globalizzazione delle idee e delle merci, dell’internet, dove ognuno in qualsiasi angolo di mondo, può scegliere la merce e il prodotto appena concepito e sfornato dall’industria, stando comodamante seduto a casa, non vediamo dove possa esserci l’utilità, l’efficàcia e la validità di una Fiera che si ripete stancamente e pedissequamente come ai tempi in cui i mezzi di comunicazione erano così pochi e la vetrina della Campionaria costituiva veramente un richiamo per espositori, compratori e visitatori.

Nando Perri